É morto il grande scrittore | Dal profondo sud al Pulitzer solo grandi successi

Uno scrittore sfuggente, schivo, oscuro autore de “La Strada” e di “Non è un paese per vecchi” amava raccontare il lato perverso e malefico dell’esistenza.

Molti dei suoi classici contemporanei sono stati recentemente trasposti in pellicola divenendo dei veri cult amati dal pubblico e dalla critica.

Violenza catartica

Tra le sue pagine scorrevano fiumi di sangue a raggrumare, con violenza pura, mai ascosa, a stemperare al sole spietato del deserto, tra cannibalismo, cadaveri e carne putrida ad essiccare: “Non esiste vita senza spargimento di sangue”, amava ripetere, credendo che l’idea utopistica di un miglioramento progressivo delle sorti umane fosse “molto sopravvalutata”.

Questo è stato Cormac McCarthy. Nato nel 1933 a Province nel Rhode Island. Una vita trascorsa in viaggio tra Tennessee, Texas e New Mexico ma anche Alaska ed Ibiza. Tutti luoghi dal quale ha tratto l’ispirazione per i suoi capolavori.

La vita intesa in senso darwiniano, come eterna lotta per la sopravvivenza: e gran parte dell’immaginario violento, zombesco, desolante degli ultimi anni, giocato sul senso del viaggio, dell’orizzonte frontaliero e post-apocalittico, e che circola nelle serie tv e al cinema promana più o meno direttamente dalla sua penna.

Story-teller prolifico, scrittore che fece presto il suo esordio (era il 1965, con “Il guardiano del frutteto”) era anche uno spirito fugace, che amava poco il contatto con il jet set e la società letteraria: come un novello Pynchon o J.D. Salinger, amava l’ombra dei suoi libri. Harold Bloom, il noto critico, ne era entusiasta, inserendo McCarthy tra “i fantastici quattro”, assieme a DeLillo, Philip Roth, lo stesso Pynchon: disegnava col bisturi cerusico ritratti di uomini dispersi, perdenti, outsider del sogno USA, e tuttavia la sua idea di letteratura periferica era centrale, nel panorama culturale contemporaneo. “Cavalli selvaggi” (1992), gli fece aggiudicare il National Book Award; con La strada (2007) gli arrivò direttamente il Pulitzer.

Critica entusiasta

Piaceva molto ai critici, il Nostro. E forse proprio il suo vivere ai margini gli aveva creato quell’aura quasi mistica, di chi si distacca dagli affanni del mondo, permettendogli di estrapolare l’essenza dell’americano medio, ancora perso nella polvere dell’estrema frontiera, a combattere (metaforicamente) con le fiere e gli indiani, a spararsi addosso e a bere nei saloon. Poche settimane fa era uscito il suo ultimo romanzo per Einaudi, “Il passeggero”, un mistery, la storia di un sub sulle tracce di un passeggero scampato (forse) ad un disastro aereo, scomparso senza lasciar traccia.

Il solito Harold Bloom lo aveva paragonato a ” Mentre morivo” di William Faulkner, altro cantore sublime dello spirito Stars & Stripes; ma si sprecavano i paragoni con Conrad, con Melville, per l’assoluta padronanza delle atmosfere e della lingua, per la cruda descrizione dell’ umana violenza.

Scrittore
Cormac McCarthy – Photo web source

Il Cinema

Come sottolineato, il mondo del cinema deve molto ai romanzi di Cormac McCarthy. E basterebbero due capolavori come “Non è un paese per vecchi” e “The Road”, usciti in sala all’inizio degli anni 2000, portati sullo schermo, il primo dai fratelli Coen (con Javier Bardem come il terribile killer Anton Chigurn) e il secondo da John Hillcoat (con Viggo Mortensen), per farci capire le strade aperte da McCarthy nell’immaginario americano di questi ultimi vent’anni. Forse anche in maniera più originale di quanto fatto da Quentin Tarantino, che agisce su di un immaginario preesistente, rimontandolo e ri-citandolo a cascata, in loop: in fondo, anch’egli debitore del talento scrittorio dell‘ultimo cantore della frontiera.  

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