Trent’anni senza don Peppe Diana | Il parroco coraggio che sfidò la camorra

Una storia che ha colpito molti perché, per la prima volta, anche la camorra decideva, come la mafia, di far tacere un sacerdote nel modo più atroce possibile.

Il 19 marzo di trent’anni fa, nel giorno del suo onomastico, don Giuseppe Diana, parroco di Casal di Principe, veniva ucciso all’interno della sua sacrestia.

Trent’anni senza don Peppe Diana | Il parroco coraggio che sfidò la camorra
Don Peppe Diana – photo web source

Il suo martirio non è stato vano perché, da quel giorno, la voce della legalità e della giustizia hanno prevalso su quella della paura.

30 anni fa, quel tragico destino

Quella mattina, a Casal di Principe, la primavera iniziò nel peggiore dei modi. Era la sua festa onomastica, ma quello di certo non sarebbe stato un giorno di festa per lui. Don Peppino (così come da tutti era chiamato) non poteva saperlo che sarebbe stato il giorno della sua condanna a morte. Ma sapeva bene che la sua voce e i suoi continui appelli, avevano dato fastidio a qualcuno.

Erano le 7 del mattino e lui si apprestava ad andare ad aprire la chiesa per la celebrazione della Santa Messa. Una giornata come le altre, con in più il suo onomastico e la festività liturgica di San Giuseppe da onorare. Don Peppe aveva solo 36 anni, era arrivato di buon mattino nella sua parrocchia di “San Nicola” a Casal di Principe, in provincia di Caserta.

In chiesa alcune donne erano già arrivate per la recita del Rosario e poi per la Messa. Alcuni suoi amici lo aspettavano al bar per festeggiarlo. Ma c’era qualcosa che non andava. Sul piazzale della chiesa ecco che da un’auto scura scende un uomo che si avvia verso la sacrestia. Non fa nemmeno in tempo a chiamarlo e a permettere a don Peppe di voltarsi che i colpi dalla pistola partono a bruciapelo: due in faccia e due al petto del sacerdote.

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photo web source

Don Peppe Diana: 30 anni dalla sua morte

Una morte atroce che, di certo, ha risvegliato ancora di più le coscienze. Il giorno del suo funerale, Casal di Principe tutta era in piazza per dare l’ultimo saluto al sacerdote, nessuno aveva più paura e, come disse Monsignor Riboldi, Vescovo di Acerra che officiò i funerali del martire: “Il 19 marzo è morto un prete, ma è nato un popolo”.

Perché don Peppe dava fastidio? La sua storia, quella dei sacerdoti che scendono in campo per la legalità nei territori più difficili, quelli lasciati a se stanti dallo Stato e dove, invece, la malavita prende piede: è qui che don Peppe, come anche don Pino Puglisi in Sicilia, hanno scelto di operare.

Era il Natale del 1991 quando fu pubblicato un documento, una vera e propria lettera (distribuita, poi, il giorno di Natale, a tutti i fedeli nelle parrocchie) che aveva un titolo preciso: “Per amore del mio popolo, non tacerò”.

Ecco: don Peppe non ha taciuto, ha detto il suo NO convinto alla malavita, ha sottratto ragazzi, giovani alla mano criminale, ha dato il suo vero contributo alla legalità. Nulla è stato invano. Oggi, infatti, a Casal di Principe sorge la “Casa don Diana” che è un vero e proprio polo educativo sociale e di legalità.

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“Per amore del mio popolo non tacerò”

I sacerdoti che firmarono quel documento, anche se hanno visto la loro guida morire sotto i colpi di pistola, non hanno più abbassato la testa. Le parole più toccanti le ha pronunciate l’attuale parroco della parrocchia di “San Nicola”, don Franco Picone, in un’intervista a Vatican News: “Io credo che la storia di don Peppe sia un capolavoro d’amore, creato da Dio in una terra che in quel momento aveva bisogno di un riscatto”.

Oggi saranno tante le iniziative, sociali, religiose e civili che porteranno al ricordo di don Peppe Diana, del suo sacrificio e del suo martirio “in odio alla fede”. In particolare fra i ragazzi, nelle scuole, nelle piazze, nelle parrocchie del circondario e non solo: perché era lì che la voce di don Peppino risuonava e risuonerà ancora.