Class action contro Eni e il Mef | Accuse per il cambiamento climatico

Una vera e propria class action, contro Eni ed il Ministero di Economia e Finanze (Mef), quella intentata da due associazioni ambientaliste e dodici italiani.

L’accusa che viene mossa è quella di aver contribuito, indisturbati, per decenni, in maniera significativa, al cambiamento climatico e, quindi, alle violazioni dei diritti umani che questo comporta.

Class action contri Eni
Class action contri Eni

Sarà depositata nei prossimi giorni, presso il tribunale di Roma, l’azione legale, una class action contro Eni e contro il Mef ma, anche, contro la Cassa Depositi e Prestiti. Sia il Ministero che la Cassa Depositi e Prestiti, infatti, detengono, rispettivamente, il 4,4% ed il 26,2% delle quote della società, l’azienda multinazionale, divenuta società per azioni, nata come Ente Nazionale Idrocarburi nel 1953 sotto la guida di Enrico Mattei.

Il bilancio della multinazionale, infatti, è sottoposto a verifica della Corte dei Conti la quale relaziona ai Presidenti di Camera e Senato. Promotori dell’azione legale che vedrà, per la prima volta, in Italia, una compagnia privata sul banco degli imputati con l’accusa di aver contribuito ai mutamenti climatici, sono state Greenpeace Italia e ReCommon insieme ad altri dodici singoli cittadini.

Class action contro Eni, l’accusa degli ambientalisti

Secondo le due associazioni ambientaliste, infatti, l’azienda, un colosso energetico nel campo della produzione dell’energia elettrica e del trattamento di petrolio e gas naturali, sarebbe una delle principali cause dei mutamenti climatici in maniera consapevole. I prodotti dell’azienda, ossia, combustibili fossili, alla base del determinarsi e del verificarsi dei cambiamenti climatici, avrebbero prodotto effetti negativi sull’ambiente.

I mutamenti climatici e le conseguenze negative che questi stanno avendo sul nostro pianeta sono, oramai, patrimonio collettivo. Un problema verso il quale tutta la comunità, nazionale ed internazionale, è chiamata ad interrogarsi e porre in essere risposte concrete. In più occasioni gli esperti del settore, scienziati ed ambientalisti parlano di risposte immediate perché il tempo starebbe per scadere.

Secondo Greenpeace Italia e ReCommon, infatti, Eni pur essendo a conoscenza degli effetti negativi che il suo operato avrebbe prodotto sul pianeta è andata avanti per la sua strada. Ad avallare questa tesi ci sarebbe un rapporto della Tecneco redatto nel 1978. Già all’epoca nel rapporto venivano segnalati dati preoccupanti rispetto alla concentrazione di anidride carbonica e dei suoi vertiginosi aumenti previsti per fine secolo.

Sede Eni
La sede dell’Eni

Relativamente ai dati, di questo rapporto, alcuni scienziati avrebbero espresso preoccupazione. Questo proprio perché le concentrazioni previste avrebbero finito per incidere sul cambiamento climatico, con le relative conseguenze negative che tutti stiamo sperimentando.

Un cambio di strategia e la riduzione delle emissioni alla base dell’azione legale

L’intento dei promulgatori di questa class action contro Eni, naturalmente, non è la quantificazione economica del danno o un relativo risarcimento, il loro intento è quello di dimostrare in sede giudiziaria le responsabilità delle azioni di Eni.

Antonio Tricarico, campaigner finanza pubblica e multinazionali di ReCommon, parla di “giusta causa” il cui obiettivo è quello di far condannare Eni ad un cambio di strategia. Per i firmatari dall’azione legale, infatti, la multinazionale dovrebbe ridurre del 45% le emissioni di anidride carbonica nell’aria rispetto ai dati del 2020. Giusto per chiarire le idee si parla di 456 mega tonnellate di Co2 prodotte da Eni contro le 390 di tutte le altre attività italiane messe insieme. “Senza un deciso cambio di rotta i sacrifici individuali dei cittadini saranno inutili”, dichiara Simona Abbate, campaigner clima ed energia di Greenpeace.

Per le associazioni ambientaliste, infatti, l’Eni sarebbe colpevole in quanto consapevole degli effetti negativi che la sua azione avrebbe portato nei confronti del pianeta. Il mutare del clima, del resto, sta incidendo molto sulla vita dei cittadini, impattando in maniera significativa su quelli che sono diritti fondamentali dell’uomo come, appunto, il diritto alla salute ed alla vita.

La risposta dell’azienda, guidata da Claudio Descalzi, dal canto suo si dice estranea alle vicende e pronta a dimostrare il contrario riservandosi azioni legali contro i promotori della class action.

Nel 2021, però , nei Paesi Bassi una causa simile contro la Shell ha portato ad una condanna. La compagnia britannica è stata ritenuta responsabile di aver contribuito ai mutamenti climatici con la conseguente imposizione di ridurre le emissioni di carbonio. Il processo non si è ancora concluso trovandosi nella fase dell’appello. Per la class action contro Eni si dovrà, invece, quasi sicuramente, aspettare fino al mese di novembre.