Morire per un like è lo specchio dei tempi | Sfida all’ultima follia

E’ il mantra dei tempi moderni: la morte in conto, per aver visibilità e riscontro sui social. Un delirio da like che sta colpendo sempre più i giovani d’oggi.

E di pochi giorni fa la notizia della morte del 18enne Yahya Hikimi, annegato nel fiume Secchia per creare contenuti da postare sulla piattaforma Youtube.

La morte corre sul fiume

Hikimi era sul greto del fiume modenese per immergersi, lo smartphone in una mano, il sorriso sfrontato degli anni più belli: voleva fare un video da postare sui canali social, a sfidare la corrente, dove vige il divieto di balneazione, con le acque che improvvisamente vorticano ed accelerano; neanche il tempo per rifiatare, per chiedere aiuto, per non sfidare la sorte, ancora e ancora. Tre volte si è immerso, Yahya, per due volte emerge dalle acque: all’amico che era con lui, le immagini registrate paiono buone, più che sufficienti.

Ma il ragazzo non è convinto, intende fare un altro tentativo, si butta tra i flutti ed i ciottoli un’ ultima volta: non riemergerà più, trascinato dalla corrente, da un fiume che sembrava amico, e invece. Inutili i tentativi del coetaneo che era con Hikimi, si allertano i soccorsi, si cerca a valle: per tre giorni il corpo del giovane non si troverà, poi le ricerche dei vigili del fuoco daranno l’esito nefasto. Il  corpo senza vita del ragazzo viene ritrovato in un’ansa del fiume, circa cinquecento metri a valle del luogo in cui era sparito.

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Ricerche del 18enne deceduto sul fiume Secchia a Modena – Photo web source

Morire per un like in più

Tragedia che segue di poco quella del piccolo Manuel, investito dal suv del collettivo TheBorderline, a Casal Palocco, mentre ignaro era a bordo dell’utilitaria della madre, all’uscita dell’asilo: schianto terribile, che poteva avere un esito anche peggiore, con la sorellina e la madre del bambino soltanto ferite, per fortuna in modo superficiale. Morire, uccidere (seppur a titolo colposo) per una visulaizzazione in più, per un “like” a rinforzo, per quantificare, monetizzando la visibilità o meglio la sua incessante ricerca, unica merce che conta nel mondo contemporaneo, anestetizzato a social, omogeneizzato a smartphone e video-camere.

La pervasività dell’immagine, del suo riverberarsi e riprodursi all’infinito, in mille rivoli social, con sfide date, mai disattese, la spacconata a paradosso, la “sparata” più grossa, quella che “spacca”, aumentando l‘engagement e la condivisione, la ripetibilità del gesto, la sua definitività.

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L’Incidente a Casal Palocco – Photo web source

Vuoto pneumatico

Quale il significato recondito dietro queste due (ultime) tragedie? Il solo reflusso social, con il disperato bisogno di quantificare la propria immagine a riflesso, può bastare a giustificare i fantasmi che agitano questi nostri tempi pixelati? Fior di psichiatri, a loro volta illuminati a giorno in qualche studio televisivo a caso, tromboneggiano di gioventù dispersa, afasica e senza futuro, il cui solo pensiero pare esse proiettato in un infinito presente, alla recherche dei famosi minuti di massima visibilità (Wharlol dixit), alla rottura della quarta parete, per gridare al mondo il proprio resistere ed imperversare. Sullo sfondo restano macerie umane, morti inutili e quando va male, corpi (altrui) sull’asfalto.