Nucleare: un salasso in bolletta lungo 20 anni | Quanto ci costa non smaltire le scorie

E’ dal lontano 1987 che gli italiani chiudono la porta al nucleare: da allora cosa è stato fatto per smaltire scorie e materiali contaminati?

L’Italia e le scorie nucleari, rapporto incandescente – Photo web source

Lo Stato italiano, o meglio il Governo di allora, nel 1999 costituisce una società, la SOGIN, incaricata di smantellare gli impianti esistenti sul territorio.

Nucleare, quanto ci costi?

La Sogin è dunque il soggetto incaricato, dovrebbe agire, sia mettendo in sicurezza i rifiuti, o comunque trovando un sito atto allo stoccaggio, sia bonificando le aree interessate: la mission della società prevedeva un orizzonte temporale molto amplio (fine lavori prevista per il 2019): ad oggi quali sono i risultati sul campo? Zero, nada, niet: nulla è stato fatto, eppure. Eppure gli italiani pagano un costo altissimo per questi smaltimenti fantasma: ben 3,7  i miliardi di euro finanziati nel corso degli anni attraverso lo scarico diretto in bolletta luce. E allora accendiamo un faro sulla questione nucleare: ad oggi, nel 2023, abbiamo siti non bonificati, che non sono stati messi minimamente in sicurezza, a rischio di provocare incidenti mortali.

La mappa dell’orrore ambientale

Rifiuti liquidi radioattivi, tra i più pericolosi, sono stati prodotti (e rimangono stoccati) negli impianti: 1) Eurex di Saluggia (provincia di Vercelli), a partire dal 1977; 2) di Trisaia (Basilicata), fin dal 1975; di Trino (Piemonte): la loro bonifica non è mai iniziata, nè è partito lo smantellamento delle strutture o dei reattori. Monoliti radioattivi, dispersi nel deserto della burocrazia italica.  La Sogin intanto batte cassa, con la previsione di completare la tela infinita di Penelope (mai sostanzialmente iniziata) entro il 2036, con una spesa complessiva di circa 8 miiliardi di euro: dato l’andazzo, non si nutrono molte speranze, rispetto alla bonifica dei siti.

Quel che è certo, è il settaggio dei costi fissi, che aumentano anno dopo anno (siamo sui 120 milioni ogni 365 giorni, un affare ca va sans dire!): ma cosa fa lievitare i costi, stante che i lavori sono fermi, nel concreto? La colpa è dei costi gestori, comprensivi dei (lauti) emolumenti concessi ai manager, più il monte stipendi ordinario per i dipendenti della società.

Chi controlla il controllore?

Ma chi doveva vigilare sullo stato dell’arte? I soggetti interessati risultano tre: 1) Ministero delle Finanze (nomina i vertici) ; 2) Ministero dell’Industria, poi Sviluppo Economico, indi Ambiente e Sicurezza Energetica (nelle vesti di controllore de facto); 3) l’Autorità per l’Energia (Arera), che finanzia materialmente la Sogin. Come se non bastasse la pletora di agenti burocratici, ogni tre anni il governo di turno nomina un nuovo CdA (la prassi vuole che nessun Esecutivo abbia mai riconfermato gli stessi vertici in carica, chissà come mai?). Ricordiamo che nella sola Saluggia sono stoccati 270 metri cubi di rifiuti radioattivi, la qual cosa mette a rischio le falde acquifere del fiume Po (la Dora Baltea è a poco più di 60 metri dal muro perimetrale dell’impianto di stoccaggio), per un’area che si estende fino all’Adriatico.

Operaio addetto alla manutenzione di un sito nucleare – Photo web source

Da ultimo (2022) il Governo Draghi ha commissariato la Sogin (era ora), ma il primo atto del commissario incaricato è quello di riconfermare tutti i dirigenti della società: un ottimo inizio, viva la discontinuità!  Ora la patata bollente passa al Ministro Pichetto Fratin, e la prima matassa da sbrogliare è la situazione di Saluggia, dove attualmente è stoccato il 75% di tutta la radioattività italiana. Chissà che non si nomini l’ennesimo CdA, l’ultimo della serie, mentre le bollette luce aumentano nel segno del nucleare. Rifiutato sì (e fin dagli anni ’70), ma mai veramente rimosso dal subconscio nazionale.

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