Pantani e il Tour de France | La leggenda del Pirata, il campione fragile

Correva l’anno ’98. Ormai ne sono trascorsi 25, un quarto di secolo, dall’impresa pazzesca del “Pirata”: Marco Pantani vinceva il Tour de France.

Pantani
Pantani in trionfo al Tour de France ’98. photo web source

Era precisamente il 2 agosto, quando l’uomo in solitaria, orecchino e bandana, indossò la Maglia Gialla per non togliersela più di dosso: un braccio alzato, il pugno al cielo,  ben 33 anni dopo l’ultimo italiano a vincere il Tour, tale Felice Gimondi, nel ’65.

Il Pirata

Pizzetto e baffetto giallo d’ordinanza, Pantani invase d’impeto gli Champ Elysees, dopo aver trionfato due mesi prima al Giro d’Italia: alla “Rosa” unì il “Giallo” della Grande Boucle, in una scia di trionfi e battaglie memorabili. Venticinque, gli anni trascorsi da quella magia, quasi venti dalla tragica e controversa morte del Pirata: il ricordo di quell’estate immobile, afosa e stordente è nella testa e nel cuore di ogni sportivo, intenso e nitido, una fotografia dei sentimenti d’un popolo intero.

Per Beppe Martinelli, mitico direttore sportivo della Mercatone Uno (il team di Pantani), “Marco ha scritto pagine memorabili di questo sport e io posso solo dire di avere avuto la fortuna d’incontrarlo sulla mia strada”. E pensare che il Pirata non avrebbe neanche dovuto partecipare al Tour: dopo il successo sulle strade del Giro, Pantani pensava già alle vacanze; fu l’improvvisa morte di Luciano Pezzi, presidente della Mercatone, a fargli cambiare idea, dandogli la spinta emotiva giusta.

Le Grande Boucle

Pezzi ne era convinto, Pantani era il solo che potesse riportare in Italia il Tour de France: del resto, lo sosteneva grazie alla sua grande esperienza, avendo guidato anche il mitico Gimondi verso la conquista della Maillot Jaune”, in qualità di direttore sportivo della Salvarani team.

Secondo Martinelli, “Marco come di consueto dovevi convincerlo a fare una cosa, ma una volta che lo avevi rimesso in sella con il numero sulla schiena, lui riacquistava immediatamente lo spirito agonistico e ingaggiava la sfida con il mondo“. Un mondo che a tratti non capiva, quel Pantani così introverso ed emotivo: l’inizio francese, però, fu in salita nonostante la strada pianeggiante.

“Dopo il Giro Marco aveva staccato, per dodici giorni non toccò la bicicletta: quasi due settimane, nelle quali fece di tutto fuorché pedalare“, aggiunge l’ex direttore della Mercatone.

Consacrazione e trionfo

Dissipati i rovelli, la squadra, con il Pirata in testa, partì per il Tour; prima tappa in Irlanda, male: gambe imballate, fiato corto. Ancora male nella crono di Correze, nella quale pagò al tedesco Ullrich quasi 5 minuti; poi si inizia ad ingranare, arriva la vittoria di tappa a Plateau de Beille e cinque giorni dopo, lo stacco mirabolante sul Galibier che lo portò a Les Deux Alpes, proiettandolo in vetta al Tour de France, con tanto di maglia gialla. “Sapevamo che Ullrich era vulnerabile sotto l’aspetto emotivo. Se fossimo riusciti ad isolarlo, sarebbe andato nel panico: Marco in gara era forte, sia di gambe che di testa, e in quelle situazioni si esaltava”, chiosa Martinelli, gli occhi che brillano al ricordo.

Pantani
Pantani in gara con la maglia della Mercatone Uno – Photo web source

Pantani, che campione: un gigante sulle salite, a troneggiare verso l’infinito, a scalare le tappe della vita. Eppure così fragile, indifeso, quando scendeva dalla sella, accarezzando le ruote della sua bici. Quanto manchi, Pirata: eppure, ti abbiamo avuto, abbiamo tifato e gioito; e ancora ti vediamo, lassù, ad aggredire il cielo verso l’infinito ed oltre.         Pantani, il nostro mito, il nostro amico fragile.